
Quando la Francia starnutisce, l’Europa prende il raffreddore. E le proteste che stiamo vedendo adesso potrebbero portare un germe di agitazione in tutta Europa.
di Massimiliano Danna
Queste agitazioni, spesso violente, sono un segno di un terreno fertile per il cambiamento, ma la completa disorganizzazione di questo tipo di movimenti. Non esiste un comitato centrale che dà ordini, che comunica come agire e cosa dire alla stampa. Non esiste un’organizzazione diretta alla sicurezza dei manifestanti contro la polizia, non esistono ruoli ben definiti tra chi va alla protesta. Si tratta di masse che in comune hanno solo il luogo, orario e motivo della sommossa, senza alcuna organizzazione o piano d’azione.
Qui il problema è duplice, da un lato i cosiddetti partiti rivoluzionari falliscono nella loro interazione delle masse. Il comando centrale della rivoluzione fallisce nel formarsi, gli ufficiali non riescono a trovare i loro posti di comando, i generali faticano a irregimentare i soldati, troppo occupati a bisticciare sulla linea che a preoccuparsi della situazione che hanno tra le mani. Dall’altra, i giovani battaglioni sono indisciplinati, incapaci di formarsi e di seguire ordini, specialmente i battaglioni più giovanili e arabo-africani.
La memoria corre veloce alla Comune di Parigi. Grande slancio, terribile controllo strategico. Anche allora il più grande problema fu proprio quello di organizzarsi, espandere il controllo e mobilitarsi nel resto del paese. Si può commendare che attualmente queste mobilitazioni siano di scala nazionale, almeno nel contesto cittadino, ma le altre carenze non sono diverse. Manca completamente la visione strategica di insieme che possa mobilitare le più ampie masse e formare una vera falange rivoluzionaria capace di colpire direttamente il cuore della reazione a Parigi.
Il problema è anche per cosa si combatte, chi decide gli obiettivi. Per ora le proteste sono contro un generico “disaggio nelle scuole”. Ma si può fare di più ed espandere questo messaggio. Bisogna fare appello ai più ampi problemi sociali e soprattutto fare appello al fallimento dell’intero sistema economico. Ma ciò appunto richiede un comando generale, un ufficio stampa del quartier generale che rilasci le dichiarazioni e organizzi il PR.
Questi molteplici problemi sono da tener conto, dovesse il germe della protesta attecchire con forza anche nel nostro paese. Sentiamo il ticchettio dell’orologio rivoluzionario, e questa volta abbiamo il tempo di organizzare i reggimenti e i loro ufficiali.
Ma come possiamo fare? Come si può spezzare la maledizione della disorganizzazione? Come sempre il caro Lenin ci viene a dare una mano, un lavoro che, sono sicuro, lo stia stancando ormai da cento e passa anni.
La situazione attuale è considerabile simile a quella del 1905. Un forte spirito rivoluzionario si scontra con una socialdemocrazia dominante nella controcultura e governi che non hanno la minima intenzione di ascoltare le ragionevoli richieste del popolo. Quindi, davanti a questa situazione, cosa bisogna fare? Come fece Lenin, bisogna rompere coi socialdemocratici. Chiunque sogni di riformare il capitalismo era un folle nel 1905 ed è un nemico palese nel 2026. I socialdemocratici vanno espulsi, ricacciati fuori dagli ambienti rivoluzionari e la loro dottrina di riforma espulsa dagli scritti, dal materiale propagandistico e dalla discussione di partito. Coloro che parlano di sciocchezze come la collaborazione con le organizzazioni del capitale euro-sionista che ad oggi occupa la maggioranza del continente europeo vanno ridicolizzati e ostracizzati.
Bisogna prendere la chiara posizione della rivoluzione e della guerra alla vecchia società! Il prossimo passo è l’installazione della disciplina rivoluzionaria. Lenin era un grande rivoluzionario, ma non lavorava da solo. Lenin aveva uomini fidati pronti a lavorare giorno e notte, pronti a seguire gli ordini ma anche a lavorare in autonomia. Questi uomini e donne erano capaci di sopportare ogni difficoltà perché sapevano per cosa stavano lavorando e come lavorare. Questa fedeltà al dovere va recuperata. Non si può dipendere da una sola figura e soprattutto non si può abbandonare la lotta quando le cose si fanno difficili. Infine, la cosa forse più importante è la creazione di una linea da seguire e seguire quella linea con tutta la forza e volontà rivoluzionaria di cui si è capaci. Senza una linea chiara, senza un obiettivo si è ciechi mentre il nemico vede.